
Almeno una volta nella vita e per diverse ragioni, ci può essere capitato di vivere momenti caratterizzati da un gran caos esterno ma soprattutto interno. Situazioni in cui ci si è sentiti persi, dove non si riesce a trovare il filo della matassa; tutto è confuso, senza risposte e il tempo sembra trascorrere talmente velocemente tanto da innescare dentro di noi una forte angoscia e paura incontrollabile
E’ un po’ quello che sta succedendo in questa emergenza da COVID-19, la cui improvvisa comparsa ed estrema velocità di diffusione ci ha lasciato nell’impossibilità di pensare e riflettere e ha richiesto una risposta collettiva immediata.
Nei casi di emergenza, il più delle volte, si attiva una risposta non sempre ben coordinata e adatta alla circostanza.
Quando si ha a che fare con qualcosa che non si vede o si sente, come con questo coronavirus, anche quell’istinto di sopravvivenza è come se fosse in attesa di una spinta e la risposta è quello della paralisi, dell’impotenza.
Ma perché alcuni rispondono in modo più o meno adeguato di altri?
Rappaport considera che una parte istintuale dell’essere umano viene generata da quegli affetti che usano canali e soglie congeniti di scarica messe in atto per un migliore adattamento dell’Io all’ ambiente sociale. Questi affetti “sorgono come funzioni di valvole di sicurezza quando non è possibile la scarica pulsionale, in quanto è assente nella realtà l’oggetto della pulsione” (p.306). Quando viene a mancare la funzione di segnale dall’esterno, ciò può comportare una sorta di cortocircuito e quei canali di scarica vanno in tilt tanto da generare nuove risposte difensive da parte dell’organismo per ristabilire un nuovo equilibrio a quel flusso di energia pulsionale. Queste nuove difese si comportano come uno scoglio in un fiume che obbliga l’acqua a prendere varie direzioni e nuove traiettorie. L’Io dell’individuo, quindi, ha una funzione attiva in grado di elaborare appropriate strategie di difesa. Ma se l’Io, per difficoltà di sviluppo nell’infanzia, avrà una posizione “passiva” allora si determinerà una situazione di “trauma”(Rappaport, 1959).
Ed è soprattutto in situazione traumatiche che viene sperimentata una condizione d’impotenza e di angoscia da parte dell’organismo la cui integrità viene messa in pericolo. Se quest’angoscia automatica perde il ruolo di difesa al trauma, è molto facile che si sviluppi in panico ed, in tali circostanze, è determinante la funzione dell’ambiente esterno e la relazione con l’altro.
Come afferma Kernberg, “in tutti noi è possibile l’attivazione di livelli primitivi di funzionamento psicologico quando la normale struttura sociale è persa, i normali ruoli sociali sono sospesi e oggetti multipli sono presenti simultaneamente in una relazione non strutturata. (…) Senza precise definizioni di ruolo o un compito esterno chiaramente delimitato, possono affiorare rapidamente difese primitive, relazioni oggettuali primitive e, elemento ancor più interessante, profondi conflitti personali”.
Sempre Kernberg afferma che “nella vita psichica dell’individuo, l’Io assume una funzione di controllo. Il suo funzionamento, quindi, media i rapporti tra il mondo interno ed esterno assumendo un ruolo di “leadership”. Il compiti primario dell’individuo consiste perciò nel soddisfare i bisogni pulsionali e orientarsi verso gli oggetti del suo mondo interno attraverso interazioni col suo ambiente sociale. La psicopatologia può essere considerata come il venir meno delle funzioni di controllo e il venir meno, di conseguenza, sia dell’adattamento all’ambiente sia del soddisfacimento dei bisogni intrapsichici di base”
L’aver a che fare con qualche cosa di sconosciuto e non noto come questo virus ha determinato il venir meno di quella funzione di segnale e la necessità di nuove risposte difensive. A seconda dello sviluppo dell’Io, in grado di mettere in atto risposte affettive più o meno adeguate e della sua funzione di controllo tra mondo interno ed esterno viene a crearsi quel nuovo adattamento alla situazione emergenziale che può essere diversa da individuo ad individuo.
In alcune persone, la risposta non è immediata e scontata. La comparsa improvvisa di qualcosa che non può essere controllato può essere talmente disorientante da frantumare e disorganizzare ogni cosa nel mondo intrapsichico. Ci si sente isolati ma non è il lockdown dovuto alla quarantena forzata. E’ qualche cosa di più profondo, una solitudine più interna che esterna.
Ancor peggio, sarebbe negare l’esistenza di una situazione emergenziale come quella che stiamo vivendo perché porterebbe ad un’esposizione maggiore al pericolo. Com’ è noto, infatti, la paura percepita in forma adeguata, aiuta l’individuo a mettere in atto tutte quelle risposte comportamentali volte alla sua sopravvivenza. Questo vale, soprattutto, per tutti gli operatori, medici, personale pubblico e privato che si è trovato improvvisamene in prima linea contro l’ignoto e senza alcuna preparazione e formazione.
Ecco perché, in una situazione di emergenza sanitaria, ma anche socio-economica , è molto importante avere una comunicazione chiara e corretta della realtà e non un sovraccarico di informazioni il più delle volte con fondamento non verificabile.
In questo modo, può essere mantenuta quella funzione di controllo sia esterna da parte delle istituzioni sia interna da parte dell’Io individuale in grado di non far perdere un certo grado di adattamento in una situazioni drammatica come questa.
Così come è stata improvvisa ed inaspettata la comparsa di questo nuovo coronavirus così è importante che la risposta collettiva sia chiara e fondata su dati oggettivi per non cadere in quella forma di panico che un’angoscia troppo forte può generare.
E in questa risposta, un ruolo cruciale gioca l’ambiente esterno che se ben accogliente e strutturato può attenuare l’isolamento interno ed esterno e quelle forme di trauma che possono manifestarsi in tali circostanze, soprattutto in una fase in cui ci si appresta ad uscire nuovamente.
BIBLIOGRAFIA
- RAPAPORT D. (1951), La teoria psicoanalitica degli affetti. In: Affettività e pensiero nella teoria psicoanalitica. Franco Angeli, , 1976.
- KERNBERG O., (1980), Teoria della relazione oggettuale e clinica psicoanalitica.

